Il suono di una


Sono le tre di una domenica pomeriggio e il tintinnio dello scacciaspiriti della tizia di sotto sembra, al contrario, voler richiamare i morti.

Ho provato ad ascoltare il silenzio di questa mia California pressata sotto i refoli della prima vera aria fredda e sola ma un cane abbaia da qualche parte e le ultime foglie sembrano frinire a tratti come ali di cicala.
Penso alla voce bella di lui che cela parole dietro ai gesti che si devono fare: Buonasera. Auguri. Piacere. i suoi passi dietro alla bimba più grande di sua madre.
Siamo soli tutti e due credo e a volte lo spero per non essere sola da sola, come se il sentirsi soli in due renda più vicine le persone e la solitudine cessasse di esistere di conseguenza.
Spesso lasciamo fare la vita per paura di noi stessi o degli altri o del dover ricominciare e io lo so che è duro rifare daccapo, che poi le case non sono più le case e così le strade.
Doveva succedere vent’anni fa, incontrarsi e riconoscersi quando il tempo non aveva ancora fatto danno, allora andava bene.
E adesso le voci erano due o tre ma facevano il suono di una.

Tre di Treno

Di mattina in California fa già freddo.

Me ne accorgo perchè mi sveglio col mal di stomaco. Puntualmente da tre giorni.
Tre giorni fa sono evasa, ho portato via tre borse di vestiti che a breve non serviranno più: non ho roba pesante, non ce l’ho da sei anni.
Negli stessi tre giorni la voce arrabbiata di un uomo mi ha svegliato puntualmente alle sette e zero cinque, s’intende non è che sia veramente arrabbiato, soltanto usa il tono che normalmente un genitore riserva a un figlio capriccioso: sono tornata indietro.
Stamattina mi sono alzata stranita, acceso la mokona, fatto il caffè che il caffè ci fa schifo, preparato il mio bicchiere di latte mischiato, preso le mie cose, sono entrata nel bagno grande perchè i bagni adesso sono di nuovo due.
E’ strano come io riesca a fare tutto nei tempi stabiliti nonostante abbia impostato la sveglia a 35 minuti dopo; a tratti mi trovo serena, a tratti rassegnata, a tratti avvilita, a tratti – ma proprio piccoli tratti – felice; mi succede quando esco di casa ed è vero che fa freddo ma il sole mi prende in modo diverso perchè viene su direttamente dal mare sfiorando in diagonale le ultime colline e un po’ più avanti il Gran Sasso e la Maiella si stagliano netti contro un cielo inaspettatamente azzurro.
Mi sono infilata in macchina facendo finta di non notare la vicina che stava pulendo la sua scopa contro la parete del mio garage – certe cose davvero non cambiano mai – Ho tenuto la testa bassa, guardato indietro fingendo di averne bisogno per la retromarcia, ho avuto troppa paura che mi chiedesse cosa ci facevo lì a quell’ora; non sono capace di dire bugie.
A parte lei Via Cavour dormiva.
In Via Vignà c’era qualcuno sceso in strada: una mamma, un pensionato; Alle otto, sulla strada principale la gente inizia a vivere, ho dovuto dare la precedenza a qualche auto, poi ci sono stata anch’io.
Tutto è più pulito, tutto è più saturo, molte cose sono restate, il mio prof non è ancora andato in ufficio, la casa col tetto blu ha sempre le tegole scolorite, alle case basse abita ancora qualcuno, la fattoria sopra la curva c’è ancora, anche qualche testa di cazzo, ma c’è un tratto di strada adesso – che forse è stato sempre lì – a darti l’impressione che oltre ci sia il mare. E’ solo il confine tra il sopra e il sotto, è il dove i piedi delle colline risalgono al contrario.
Mi è venuta un’improvvisa voglia di fotografie e scritture, ho alzato il volume della radio, cantato una frase trattenendo lacrime con la coscienza di essere io più forte e procedendo per la mia strada mi sono suggerita di non crollare.
Dal senso opposto anche la zona industriale ha odori e colori diversi, la gente è più sveglia, la strada è più larga, il traffico minore, il tragitto più breve.
Nei prossimi giorni conto di fare una passeggiata, tre chilometri in salita per andare a riprendere me stessa sui bordi del rettilineo che ho lasciato ormai più di dieci anni fa.
Voglio raggiungere il punto dove la campagna si apre e le colline più in basso possono trattenere la mia voce.
Il posto più adatto dove gridare IL MIO NOME.

Si può essere i peggiori nemici di se stessi.


Si può essere i peggiori nemici di se stessi.
Così mi ritrovo a dare battaglia a me stessa.
E’ la guerra più difficile.
La lotta costante contro l’ansia che ti si aggrappa ai polmoni, le situazioni a cui non riesci a dare un senso mentre pensi che un senso probabilmente neppure ce l’hanno, le discussioni amichevoli del “fai così – fai cosà – fai attenzione – sei sicuro?”
Io sono sicura di una cosa sola ma non la dirò. Tutto il resto sembra un “ti prosciugo” mascherato da affetto decennale. Ma anche no.
Bisognerebbe pensare prima di dire, fare, mentre io continuo a preoccuparmi pure di cose che non mi riguardano, pure di cose per cui chiunque altro tirerebbe il mondo in aria.

Noi due


A destra, oltre il bordo della foto, volano intorno miliardi di stelline argentate. Lo senti ancora l’odore?
Io non me lo dimenticherò mai.
Come non dimenticherò noi due
- in folle corsa per non restare appese-
sotto al sole e nell’aria gelida,
e tra il bianco e l’azzurro
della neve che si sposava al cielo.

Io voglio morire un giorno pensando di aver fatto delle cose.
Non voglio morire sapendo di essere rimasta seduta ad aspettare
che gli altri facessero i propri comodi.

E come il mare nel mare, la carta sulla carta.

Non saprei dire come mi sentissi realmente, molte sensazioni si accavallavano le une sulle altre appoggiandosi di schiena, voltandosi naso a naso come fanno due calamite avvicinate sullo stesso polo.
Ieri sera ho ritrovato un frammento di pace tanto da chiedermi se la mia vita non si trovi nascosta tra i rami dei miei alberi, nel contorno delle mie colline, nella piega che il fiume fa tra i campi piani e l’autostrada.
Di certo il silenzio mi parlava ed io lo sono stata a sentire; si è mangiato in breve parte della rabbia che a volte mi si trasforma in cattiveria e avrei voluto s’ingoiasse il mio malessere, non che si limitasse a consolarmi, non a consigliarmi ma a dirmi cosa devo fare proprio. Proprio.
Vedo le bugie e non lo so se me le invento o se sono reali. C’è che a volte penso di impazzire.
Non mi fido, non ho certezze, nessuno su cui appoggiarmi, vedo cose scivolarmi dalle mani e non so e non tento di fermarle, riportarmele indietro.
Vedo me stessa aspettare che finiscano di cadere e se non ci penso è per il male che mi fanno.
Niente tornerà e andiamo avanti, andiamo alla deriva.
Nel silenzio più assoluto di un ogni tanto.
E per dovere io ci provo a urlare.
Di nuovo a bordo della mia barchetta mi lascio andare
e come il mare nel mare
la carta sulla carta.

Le mani di mia madre

Ci sono cose che ti restano nella memoria per sempre. Tipo i sedili di pelo della ritmo 60 Special di mia madre che quando ci mangiavi dentro il gelato le dita ti ci rimanevano appiccicate.
Era di domenica, il gelato si comprava a Pagliare e per andare a San Benedetto si passava per la Bonifica perchè forse la superstrada non l’avevano ancora fatta, eppoi mio padre voleva farmi vedere gli stabilimenti con i quali lavorava: enormi cumuli di sabbia e mostri di ferro alti un sacco di metri.
Le gru.
Non c’erano neanche le puttane.
Guidava lui, mia madre teneva un braccio dietro la sua spalliera, io dietro seduta al centro, nel pelo scomodo dipinto di bianco e di nero giocavo con i suoi anelli. Mi piacevano un sacco gli anelli di mia madre. Ogni tanto li provavo ma restavo delusa: scivolavano via.
Allora le dicevo che li avrei messi da grande: strano a dirsi ma, adesso e in generale, non mi piacciono più.
Mi piacevano le mani di mia madre anche; aveva belle dita, unghie lunghe e curate, le sue non quelle di plastica che adesso si fanno tutte.
Ho ripreso da lei un sacco di cose ma le mani no.
Le mie sono piccole, [Guanti taglia S]
Non sono affatto un granchè.

Gli strani fiori sul bordo del fiume


Gli strani fiori sul bordo del fiume.
E le farfalle dentro.

I’m packing up my nightmares

Ho messo la testa sotto il cuscino.
Vedevo l’oceano di ferro in tempesta, cavalloni di chiodi si sollevavano e spruzzi di bulloni colpivano l’autobus bianco che affondava in silenzio sollevando il muso e dentro c’erano i mostri che si agitavano e sbattevano i pugni terrorizzati.
Non c’era niente da fare.
I vetri erano indistruttibili.

sul bordo dell’estate

titanic

Decisamente sono imbarazzata.
Imbarazzata per non riuscire a portare a termine gli impegni, imbarazzata perchè ho come la vaga impressione di stare vivendo fuori da me stessa e io non so più chi sono, dove sto andando, cosa sto facendo.
E nel frattempo tremo, in questo assurdo strappo di irrealtà.
Non ho più voglia di Pubblicità.
Alienata e stremata senza più ritmo nè musica. Nauseata dai disegni. E da questa scrivania.
Ho sognato la mia mostra stanotte, dodici (più dodici) quadri in tela a disegni astratti e il mio studio che ora come ora non so se ci arriverò.
Ora come ora mi sembra solamente buffo anche soltanto credere che io possa alzarmi da questa sedia.
E deambulare.
Non ho più voglia di dire. Fare.
Deceduta sul bordo dell’estate e morta nei pressi di sabato, senza alcun verso di risorgere, per ora.
E sono il fantasma di me che neanche dall’oltre riesce a smettere di scrivere cazzate.

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