Tre di Treno
Di mattina in California fa già freddo.
Me ne accorgo perchè mi sveglio col mal di stomaco. Puntualmente da tre giorni.
Tre giorni fa sono evasa, ho portato via tre borse di vestiti che a breve non serviranno più: non ho roba pesante, non ce l’ho da sei anni.
Negli stessi tre giorni la voce arrabbiata di un uomo mi ha svegliato puntualmente alle sette e zero cinque, s’intende non è che sia veramente arrabbiato, soltanto usa il tono che normalmente un genitore riserva a un figlio capriccioso: sono tornata indietro.
Stamattina mi sono alzata stranita, acceso la mokona, fatto il caffè che il caffè ci fa schifo, preparato il mio bicchiere di latte mischiato, preso le mie cose, sono entrata nel bagno grande perchè i bagni adesso sono di nuovo due.
E’ strano come io riesca a fare tutto nei tempi stabiliti nonostante abbia impostato la sveglia a 35 minuti dopo; a tratti mi trovo serena, a tratti rassegnata, a tratti avvilita, a tratti – ma proprio piccoli tratti – felice; mi succede quando esco di casa ed è vero che fa freddo ma il sole mi prende in modo diverso perchè viene su direttamente dal mare sfiorando in diagonale le ultime colline e un po’ più avanti il Gran Sasso e la Maiella si stagliano netti contro un cielo inaspettatamente azzurro.
E’ strano come io riesca a fare tutto nei tempi stabiliti nonostante abbia impostato la sveglia a 35 minuti dopo; a tratti mi trovo serena, a tratti rassegnata, a tratti avvilita, a tratti – ma proprio piccoli tratti – felice; mi succede quando esco di casa ed è vero che fa freddo ma il sole mi prende in modo diverso perchè viene su direttamente dal mare sfiorando in diagonale le ultime colline e un po’ più avanti il Gran Sasso e la Maiella si stagliano netti contro un cielo inaspettatamente azzurro.
Mi sono infilata in macchina facendo finta di non notare la vicina che stava pulendo la sua scopa contro la parete del mio garage – certe cose davvero non cambiano mai – Ho tenuto la testa bassa, guardato indietro fingendo di averne bisogno per la retromarcia, ho avuto troppa paura che mi chiedesse cosa ci facevo lì a quell’ora; non sono capace di dire bugie.
A parte lei Via Cavour dormiva.
A parte lei Via Cavour dormiva.
In Via Vignà c’era qualcuno sceso in strada: una mamma, un pensionato; Alle otto, sulla strada principale la gente inizia a vivere, ho dovuto dare la precedenza a qualche auto, poi ci sono stata anch’io.
Tutto è più pulito, tutto è più saturo, molte cose sono restate, il mio prof non è ancora andato in ufficio, la casa col tetto blu ha sempre le tegole scolorite, alle case basse abita ancora qualcuno, la fattoria sopra la curva c’è ancora, anche qualche testa di cazzo, ma c’è un tratto di strada adesso – che forse è stato sempre lì – a darti l’impressione che oltre ci sia il mare. E’ solo il confine tra il sopra e il sotto, è il dove i piedi delle colline risalgono al contrario.
Mi è venuta un’improvvisa voglia di fotografie e scritture, ho alzato il volume della radio, cantato una frase trattenendo lacrime con la coscienza di essere io più forte e procedendo per la mia strada mi sono suggerita di non crollare.
Dal senso opposto anche la zona industriale ha odori e colori diversi, la gente è più sveglia, la strada è più larga, il traffico minore, il tragitto più breve.
Nei prossimi giorni conto di fare una passeggiata, tre chilometri in salita per andare a riprendere me stessa sui bordi del rettilineo che ho lasciato ormai più di dieci anni fa.
Voglio raggiungere il punto dove la campagna si apre e le colline più in basso possono trattenere la mia voce.
Voglio raggiungere il punto dove la campagna si apre e le colline più in basso possono trattenere la mia voce.
Il posto più adatto dove gridare IL MIO NOME.
